Ben centotrenta anni sono trascorsi dal primo fatidico debutto pubblico del cinematografo presso il Salon indien du Grand Café di Parigi; trenta, invece, dall’astiosa cacciata dei suoi creatori dalla banconota commemorativa da 200 franchi emessa in loro onore. Nel volgere furibondo dei decenni, la modernità ha cambiato volto tante e tante volte, solcando la Storia in tutta la sua dirompente irruenza. Auguste e Louis Lumière, però, sono ancora lì, a far parlare di sé, a far discutere, a suscitare polemiche colme d’invidia, a influenzare intere generazioni con il moto del loro trionfo.
Figli della luce, nella sua compattezza e nella sua schiettezza, non vuole essere soltanto un saggio fra i tanti sui geniali capostipiti del cinema, né un semplice sfoggio di didascalismo storiografico. Diretto e sincero, non ha neppure alcun interesse a rimestare moralisticamente nell’accusa di fascismo scagliata nei loro confronti, lasciando ad altre sedi certe sterili requisitorie. Piuttosto, nelle sue pagine, attente ma scorrevoli, sceglie – appunto – di celebrare quella luce che, nel cognome e nell’opera, animò il loro percorso unico, consegnandoli al cielo dei grandi.
I fratelli Lumière furono molte cose: inventori, imprenditori, creativi. Furono mariti, padri, intellettuali. Furono pionieri, interpreti di una temperie, amanti di una vetta scientifica, culturale, spirituale a cui consacrarono l’intera esistenza. Questo, dunque, desidera essere Figli della luce: un sincero omaggio a due simboli inconfondibili del genio europeo, e a due vite straordinarie, intrise di coraggio, sempre tese verso l’alto e l’avvenire.




